Intervista al professor Luciano Carta del 13/12/2017

 Di Leonardo Pazzola
Lingua e cultura sarda, un tesoro da salvaguardare iniziando dalle scuole. L’opinione di un professionista.

Luciano Carta è un docente di Storia e Filosofia in pensione ed ex-dirigente scolastico; studioso di cultura sarda, ha pubblicato la raccolta degli atti degli Stamenti sardi del periodo dei moti rivoluzionari di fine Settecento, ha curato un’edizione critica dell’Inno “Procurade ‘e moderare barones sa tirannia” e un’edizione dell‘epistolario di Giovanni Spano.

La lingua, la cultura e la storia del nostro territorio sono un patrimonio prezioso che noi sardi dobbiamo salvaguardare con orgoglio: di questo è convinto il professor Luciano Carta, ex docente di storia e filosofia, che ancora non ha perso la voglia di insegnare e dichiara con passione il suo amore per la Sardegna e il suo desiderio di veder sopravvivere le tradizioni costitutive della nostra essenza di sardi. È questo il nucleo fondamentale delle dichiarazioni rilasciate dal prof. Carta in una nostra intervista estemporanea in un intervallo della Conferenza sull’Autonomismo sardo tenutasi il 13 dicembre presso l’Istituto Eleonora d’Arborea.

Secondo lei, che valore ha la lingua sarda per noi abitanti dell’isola?

Io penso che la lingua in sé sia uno strumento fondamentale di ciascun popolo, per cui la perdita della lingua sarda sarebbe una questione grave e irreparabile. In questo periodo sto compiendo un grande sforzo, da pensionato, per fare pressione sulle autorità ecclesiastiche in modo tale che venga celebrata la messa in sardo. Riscoprire il valore della nostra lingua ci permetterebbe di partecipare meglio della nostra identità. La lingua sarda in sé non si deve assolutamente perdere, in particolare nelle sue due varianti
fondamentali, il logudorese e il campidanese, e si deve lasciare a ciascun paese il proprio dialetto.

Al fine di tutelare la lingua sarda, essa può dunque divenire oggetto di studio nelle scuole?

Si tratta indubbiamente di un problema molto serio. I provvedimenti che mirano a costringere all’apprendimento della lingua sarda sono spesso estemporanei e dunque restrittivi.

Quindi quale soluzione propone?

L’insegnamento della lingua dei nostri avi andrebbe fatto fin da quando si è molto piccoli, dalle scuole elementari. L’articolo 5 del nostro Statuto tutela le espressioni culturali locali: in base ad esso sarebbe necessario inserire l’insegnamento del sardo nei programmi scolastici. Ciò è una competenza della Regione, che però in settant’anni non è ancora riuscita ad approvare una legge organica. Penso dunque che bisognerebbe integrare lo studio della nostra storia, lingua e cultura nel più vasto programma nazionale.

Spesso la lingua sarda viene considerata come la lingua degli ignoranti e dei ceti meno colti. Si tratta ovviamente di un’affermazione da sfatare…

Se la lingua non viene normata e unificata, come ha fatto Manzoni che ha “lavato i panni in Arno”, essa non può essere valutata appieno. La lingua deve avere una sorta di “diritto di cittadinanza”. Confesso che certe cose continuo a pensarle in sardo e a dirle in italiano. Alcuni termini tipici del sardo conservano la loro pregnanza e la loro unicità, per cui non possono essere tradotti in italiano senza perdere parte del loro significato.

Quindi in fondo qual è il problema della lingua sarda che oggi tende a scomparire?

Il problema è che la lingua bisogna usarla, altrimenti cade nel dimenticatoio. Noi stessi dobbiamo incoraggiarci ad utilizzarla, e a non considerarla assolutamente come un dialetto da scartare via.

Allargando il campo, in quest’ultimo periodo, sulle tracce di quanto sta accadendo in Catalogna, anche in Sardegna si sta parlando di indipendenza.

Io vengo da una lunga esperienza: da sempre sono stato un uomo di sinistra, ma la Sardegna ce l’ho nel cuore. Dal punto di vista politico non mi dichiaro in una posizione indipendentista, perché un piccolo Paese
è difficile che diventi indipendente, ma penso che sia indispensabile riconoscere che la nostra civiltà è in sé federativa, perché ogni cultura ha delle tradizioni che devono essere rispettate insieme alla lingua, alla mentalità e alla cultura. Non esiste quella Sardegna etnografica immaginata dalla Deledda. Cagliari non è Parigi, né Torino, né Firenze, però le idee marciano, e quindi non piangiamoci addosso.

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