Articolo di opinione- Asproni e Tuveri, veri sardi e veri italiani.

Di Leonardo Pazzola

Essere uniti nella diversità.
Una visione di stampo federalista. È questa la linea condivisa dai relatori della conferenza (Stefano Pira, Luciano Carta e Giovanni Coinu), tenutasi mercoledì 13 dicembre nell’Aula Magna dell’Eleonora d’Arborea sull’autonomismo sardo e le figure di Giorgio Asproni e Giambattista Tuveri. Vale a dire, una valorizzazione della Regione Sardegna in un’ottica nazionale più ampia. Nella conferenza i relatori hanno evidenziato
l’importanza del mantenimento del patrimonio isolano, della conservazione dell’autonomia e della promozione dei valori della nostra storia, cultura e lingua.

La linea seguita non è dunque un sostegno incondizionato ad un’indipendenza illusionistica. Essa, come ha sottolineato il prof. Giovanni Coinu, non può essere raggiunta con un semplice atto di rivendicazione. L’indipendenza è un’autonomia assoluta e totalizzante, svincolata da qualsiasi subordinazione rispetto ad altre istituzioni.

Tale rivendicazione, per quanto rientri appieno nel principio sacrosanto di autodeterminazione dei popoli, deve essere preceduta da una presa di coscienza profonda e intensa. Spesso l’indipendenza è semplicemente un atto di sfida all’autorità superiore asfissiante e oppressiva: i cittadini, stremati da un carico fiscale eccessivo, pretendono un’amministrazione completamente autonoma per evitare che le proprie risorse finiscano risucchiate dall’erario statale. In questo caso la rivendicazione indipendentista è una mera espressione di un localismo egoista e pretestuoso.

In effetti, esiste pure un autonomismo spinto tra le file di coloro che auspicano quel principio di autodeterminazione tanto acclamato. Ma è una forma più consapevole e meno estremista dell’indipendentismo radicale. È una pretesa di maggiore rappresentatività all’interno di un governo nazionale che si scontra con le spinte regionaliste.

Regione e Stato centrale giocano una partita a scacchi infinita, in preda a contenziosi duraturi e inestricabili. La Sardegna lotta strenuamente per vedere riconosciuti maggiori benefici fiscali, come la diminuzione degli accantonamenti e la richiesta di tenere a casa propria i tributi imposti dal Governo centrale. È vero che i cittadini richiedono a gran voce benefici sul piano economico, ma si ricordi che già la nostra isola riceve più di quanto dia. Quindi una Sardegna del tutto indipendente si vedrebbe tutt’a un tratto privata delle risorse provenienti dalle altre regioni. Insomma, i danni sarebbero molti più dei benefici.

Un altro problema evidenziato dai relatori è che i fondi stanziati dalla Regione sono utilizzati spesso per progetti temporanei o, al limite, per riforme economiche. In effetti è raro vedere finanziati progetti per la valorizzazione del patrimonio regionale (aldilà di quello turistico, che è pur sempre riconducibile alla sfera economica). La lingua sarda, ad esempio, rischia di scomparire. Questo perché la Regione destina a questo aspetto soltanto pochi centesimi per progetti di breve periodo. Ma ancora il sardo non rientra nei programmi scolastici e la lingua dei nostri avi rischia di perdersi. Nonostante la Regione abbia pieni poteri in merito.

Il nostro Statuto Speciale può e deve essere sfruttato a nostro vantaggio. Esso non deve far consolidare una casta regionale con gli stessi caratteri di quella nazionale o addirittura più parassitaria. Il federalismo deve salvaguardare innanzitutto le diversità locali. Come si può parlare di autodeterminazione senza prima riflettere sui propri valori tanto calpestati e dimenticati e sforzarsi di garantire la loro sopravvivenza?

L’autonomismo è spesso ricettacolo di liti e scontri tra le due caste sarda e nazionale. Scontri che hanno solitamente una motivazione elettorale. E che causano continui rimpalli di responsabilità e ritardi. Perciò io penso (in armonia con buona parte delle idee sostenute dai relatori) che la soluzione reale non debba essere la concessione di eccessivi margini di autonomia, fonte di maggiori contrasti e conseguenti rallentamenti della macchina burocratica, quanto una più ampia rappresentanza nel Parlamento nazionale, per richiedere da parte dello Stato maggiore attenzione sui temi regionali. Il federalismo, inoltre, dovrebbe essere prima culturale che politico. Ovvero la Regione deve tutelare in primis le particolarità locali.

Come è stato sottolineato dal prof. Luciano Carta, Giorgio Asproni è stato uno dei cento costruttori dell’unità d’Italia. Egli, dunque, cercò di conciliare l’autonomia dall’oppressione sabauda con il tentativo di creazione di una nazione italiana unita. Ovvero, era un federalista. Forse non aveva ancora le idee completamente chiare. Ma erra certo un uomo di straordinaria elasticità, come ha evidenziato il prof. Stefano Pira. Egli, in ogni caso, fornisce un chiaro esempio di come l’autonomia non strida necessariamente con l’unità nazionale.

Tuveri, invece, era un pensatore e un filosofo. Egli si professava un tirannicida e credeva che la monarchia fosse un governo castale. Di forte fede repubblicana e democratica, egli si occupò della Questione Sarda completando il cammino intrapreso dall’Asproni.

Questi nostri grandi padri devono essere dei modelli imprescindibili e dei punti di riferimento ancora oggi. In un’isola sempre più sofferente per via delle faide interne e delle lotte di potere non possiamo fare a meno di riprendere in mano i loro ideali e prenderne spunto per risolvere l’intricata questione dell’autonomismo sardo.

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