DOMUSNOVAS: LE FABBRICHE DELLA MORTE. NON SI FERMA LA VENDITA DI ARMI AL REGIME SAUDITA

Di Matteo Monaci

Macerie, fumo, lacrime: è tutto ciò che rimane dei villaggi a nord di Sana’a, capitale dello Yemen. Le grida si levano nell’aria: è il pianto di chi ha perso un figlio, un marito, una moglie, un padre o una madre, parenti e amici, il pianto di chi ha perso il desiderio di continuare a vivere; il pianto di chi ha perduto tutto. Va avanti così ormai da più di due anni, da quando nel paese infuria una sanguinosa guerra civile che vede contrapposti il regime di Hadi e i ribelli sciiti Houti. Scoppiata nel marzo del 2015, ha visto l’intervento di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita composta dalle principali monarchie del Golfo a sostegno del presidente Hadi, e macchiatisi finora di crimini efferati contro la popolazione civile yemenita.

Uomini, donne, bambini, civili inermi, nessuno è stato risparmiato dalla ferocia dei bombardieri sauditi, capitanati dallo spietato principe Bin Salman, capo dell’esercito ed erede al trono d’Arabia. Obbiettivo prescelto? Non postazioni militari ma villaggi, centri abitati, scuole, ospedali e luoghi di culto, al sol scopo di cancellare dalla faccia della terra la popolazione del nord dello Yemen.

Per adempiere a tale fine i vertici militari hanno adottato una tattica d’illimitata crudeltà, che consiste nel colpire a distanza di pochi minuti gli stessi obbiettivi, attendendo l’arrivo dei soccorsi, così da uccidere il maggior numero di persone possibili. E sebbene tali barbarie, che sembrano quasi richiamare ad un passato non tanto lontano, appaiano assai distanti dalla nostra vita di tutti i giorni, esse sono invece più vicine a noi di quanto non sembrino.

Ebbene si, perché molte di quelle bombe, sganciate contro civili inermi, provengono proprio dalla nostra isola e più precisamente da un paesino chiamato Domusnovas in cui è situata una fabbrica gestita per conto dell’azienda tedesca RWM, dove vengono prodotti i potenti esplosivi. Ed è esattamente dai nostri porti che partono le navi da trasporto, incaricate di consegnare le armi direttamente a Ryad attraverso il canale di Suez e il Mar Rosso, o addirittura gli aerei che sorvolano in poche ore i nostri cieli, diretti in Arabia Saudita allo stesso scopo. E tutto ciò accade sotto gli occhi di tutti e nonostante le proteste accorate di numerose associazioni pacifiste.

L’opinione pubblica pare quasi non rendersi conto di quanto sta avvenendo, o sembra addirittura aver chiuso un occhio sulla complicità del governo italiano e dell’intero occidente nel supporto alla monarchia saudita, colpevole di crimini contro l’umanità.

Il ministro della difesa italiano Roberta Pinotti ha anzi spudoratamente dichiarato che tra Italia e Arabia Saudita intercorrono ottimi rapporti e che il governo è intenzionato a rafforzare la cooperazione tra le due nazioni. Ma non è una novità che buona parte dei paesi membri della NATO supporti uno dei regimi più feroci e spietati al mondo, per via della pesante influenza esercitata dagli USA, principale alleato dell’Arabia Saudita, anche a seguito del nuovo accordo stipulato dall’infame presidente statunitense Donald Trump lo scorso maggio alla corte del tiranno saudita Salman a Ryad, che prevede un incremento della vendita d’armi in cambio di nuove forniture di petrolio.

Così come il nostro governo ci ha mostrato, gli interessi economici di pochi verranno sempre prima della nostra umanità. Il popolo sardo ha tuttavia l’opportunità di riscattarsi e in parte di opporsi pacificamente al genocidio attuato in Yemen, in nome della pace e della speranza di un futuro migliore.

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