| Bellas Mariposas, Sergio Atzeni |

Di Francesca Rachele

In una disincantata -e disingannata- Cagliari degli anni 90, prende vita il romanzo di Sergio Atzeni, pubblicato postumo alla sua morte. Un racconto breve, fugace e sfuggente, il riflesso della mente e della voce narrante, presentato come un monologo, un flusso di pensieri ininterrotto. In uno scritto senza punteggiatura alcuna, il lettore deve letteralmente nuotare per farsi spazio in una narrazione tanto veritiera da essere crudele: Caterina, 12 anni, cresce in un quartiere periferico del capoluogo sardo, un ambiente e una realtà in cui l’adolescenza si esaurisce ancor prima di sbocciare, dato il continuo relazionarsi con un mondo in cui si vive di traffici di droga e in cui le ragazze che si concedono fin troppo facilmente, si guadagnano a pieno titolo tutta l’ignomia dell’essere prostitute. Ma il turpiloquio portato avanti dalla giovane protagonista non è, in realtà, un riflesso del suo animo: dalla sua figura emerge una grande forza di volontà e di dignità per preservare quella che è la purezza della verginità, in senso puramente sessuale, e dell’integrità dal punto di vista morale. Sempre al suo fianco, la sua inseparabile amica, Luna, con la quale, attraverso il lieve e appena accennato bacio sulle labbra nella scena finale, ha fine una stagione fatta di oscenità e atrocità: un bacio in cui non c’è spazio per la malizia, un bacio talmente lieve da sembrare il fruscio d’ali di una farfalla, un bacio di castità e di liberazione, di redenzione e di fuga da un mondo troppo crudele per due giovani adolescenti che diventano esse stesse, due ‘bellas mariposas’, due belle farfalle.
Un libro potente e feroce, che imprigiona in catene dalle quali non ci si può liberare fino a quando non si giunge all’ultima pagina, con un senso di costrizione e di affanno, dato il suo ritmo incalzante; un libro che cattura per la volgarità del dialetto sardo e che ti pugnala ad ogni parola, perché la bellezza della scrittura di Sergio Atzeni in questo romanzo risiede proprio nell’essere così degradata e squalificante, una scrittura in cui anche il turpiloquio si eleva a un grado di soavità, come trasportato sulle ali di una farfalla.

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