Intervista ad Umberto Piersanti (09/02/2018)

Di Leonardo Pazzola
Sentire profondamente qualcosa, essere in uno “stato di grazia”, isolarsi e dimenticare per un attimo la vita frenetica e frettolosa, avere una forte vocazione, far emergere la forza e l’intensità della scrittura, dei suoni, delle immagini, per raccontare un mondo. Il poeta Umberto Piersanti, presidente del Centro culturale Giacomo Leopardi e candidato nel 2005 al Premio Nobel per la letteratura, al termine di una conferenza sulla valorizzazione del patrimonio poetico contemporaneo, tenutasi nell’Aula di Fisica del nostro Liceo venerdì 9 febbraio, definisce le linee guida per fare poesia, risponde ai nostri dubbi e ci rende partecipi della sua esperienza poetica.
Al giorno d’oggi come si fa a diventare scrittori di professione senza temere di finire sul lastrico?
Al giorno d’oggi non si dice che divento uno scrittore di professione, si dice scrivo. Poi faccio un altro mestiere: il professore, il commerciante… Gli scrittori che vivono della loro professione sono pochissimi. I poeti nessuno. La poesia oggi non ha grandi vendite. Quelli che funzionano sono soprattutto i giallisti, scrittori di horror e thriller. È una minima parte che può vivere della scrittura.
Per scrivere una poesia c’è bisogno di una determinata condizione emotiva o di uno stato psicologico particolare?
Nel mio caso sì, ho bisogno di una tensione. Non di soffrire o di essere felice. Devo essere in grado di sentire profondamente qualcosa. Devo essere in uno stato di grazia.
Qual è il segreto nascosto della poesia? Com’è possibile che dei versi possano coinvolgere emotivamente il lettore, sconvolgerlo ed impressionarlo?
Ci sono i temi, i suoni, i ritmi; ci sono delle modalità del percepire che non scompaiono. Emozioni, sentimenti, musiche. Naturalmente per capire una poesia c’è bisogno di un minimo di educazione. La poesia non deve essere una composizione astrusa, ma non è neanche una canzonetta. Ci sono poeti che riescono ad esprimersi in modo molto semplice, ci sono invece poeti che hanno bisogno di una naturale complessità.
Come si può isolare la mente dalla frenesia della vita quotidiana per cimentarsi nella scrittura e nella poesia?
È una domanda complessa. Siamo in un’epoca in cui c’è pochissimo tempo non solo per la poesia, ma persino per la contemplazione o per la passeggiata. La gente non passeggia, corre. Bisogna provarci, non c’è un metodo. Se tu hai una forte vocazione a scrivere, trovi i tuoi momenti di isolamento, prendi la penna, la carta e ti nascondi. Io ho scritto anche in bar affollati, perché poi c’è anche un’abitudine a concentrarsi che ti permette di scordare quello che è attorno in quel momento.
Un poeta riversa in ciò che scrive le emozioni del momento e il suo stato d’animo, ma anche la sua esperienza di vita. Che influenza può avere la condizione sociale di un poeta nella versificazione?
Probabilmente se hai una famiglia ricca di libri parti privilegiato. Io sono partito da una famiglia dove non c’erano libri. La condizione sociale ha un peso più per assicurarsi un posto. Per la scrittura conta soprattutto avere una vocazione: la poesia è una vocazione che si può avere nelle varie condizioni sociali. Sicuramente se devi badare a sopravvivere o andare a lavorare fin da piccolo, questo può essere una difficoltà.
Il lirico greco arcaico Simonide affermava che la poesia è una pittura che parla, riferendosi all’importanza delle immagini. Qual è appunto il valore delle figure?
Io credo di essere un poeta molto attento alle immagini, ma anche ai suoni e ai ritmi. Le mie poesie sono anche molto descrittive. Credo che l’immagine e il suono siano due componenti fondamentali della poesia.
Quale poeta è per lei il modello da seguire?
Non ho dei modelli, ma molti poeti mi parlano dentro: Leopardi, Pascoli, Carducci e d’Annunzio sono i miei amori più grandi. Amo molto la poesia tra fine Ottocento e inizio Novecento. Sono un po’ arcaico. Mi piacciono molto anche Montale, Luzi e Bertolucci. Più che modelli sono tanti influssi che si confondono e si intrecciano. Sono un poeta difficile da seguire. Io racconto un mondo. Ed è questo che dà di un poeta una definizione precisa, che non è così facilmente imitabile e non è soggetto alle mode.
Quali sono gli aspetti che rendono un poeta originale?
Nient’altro che la forza della scrittura. Leopardi usava una lingua antica rispetto ai Lombardi del suo tempo e ai Romantici e raccontava anche delle storie che superficialmente potevano essere antiche, passate. Però è la forza della scrittura. Non c’è una tematica vincente. Un poeta può raccontare una dimensione epica, una idillica, una drammatica. Ripeto, è la forza della scrittura. Non ci sono argomenti privilegiati. Qualche moderno sostiene che non si può più parlare di rondini o di fiori. Se uno parla in modo banale di rondini e fiori finisce in quelli che si chiamano poeticismi. Un poeta può parlare delle sfumature di un tulipano, mai di un hamburger. Se è un poeta vero, parlando delle sfumature del tulipano, parlerà del mondo. Conta l’intensità con la quale racconti un argomento. Anche la lingua può essere tradizionale, ma percepita, collocata e disposta in modo tale che funzioni. “Ermo” era già un aggettivo antico ai tempi di Leopardi, ma al momento funzionava perfettamente. Possono essere tanti gli accorgimenti. Bisogna stare attenti alla retorica. Non bisogna finire neanche nella retorica del nuovo, della trovata. Il nuovo è dato dalla forza con cui racconti qualcosa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...