Storia di una ladra di libri

La forza delle parole e il coraggio di andare avanti.
Le parole possiedono una forza magica, affascinante, prodigiosa. Possono salvare dall’abbraccio spietato della morte anime appese ad un filo o in preda alla più sconsolante angoscia. Le parole contengono un’essenza vitale insondabile: misteriosamente penetrano nelle coscienze e le agitano turbinosamente. E solo l’energia che esplode dalle parole può sconfiggere l’atroce fantasma di morte. “Storia di una ladra di libri”, romanzo scaturito dalla penna dello scrittore australiano Markus Zusak e trasposto sui grandi schermi dal regista britannico Brian Percival, viene riproposto al teatro Massimo di Cagliari, la mattina di martedì 20 febbraio, in una rappresentazione teatrale inaspettatamente diversa dall’originale.

La morte è la voce narrante, autorità indiscussa che permea le scene e i personaggi con la sua presenza tangibile e concreta. Essa diffonde attorno a sé terrore e si appropria di frammenti di vita dei personaggi; conferisce allo spettacolo una tonalità macabra, esacerba il pathos e genera un’atmosfera cupa e tormentata. Liesel, la protagonista, è una ragazza che soffre per l’ingiusta perdita del fratellino, morto durante un viaggio in treno, soffre per il suo rapporto conflittuale con i compagni, soffre per gli ingiustificati
rimproveri della madre adottiva Rosa, donna dura e implacabile, ma, in fondo, fragile e bisognosa di protezione e di un affetto stabile e sincero. Solo l’intervento provvidenziale del padre adottivo, Hans, figura affascinante nella sua spiazzante umanità e comprensione dei tormenti psicologici della figlia, dona quiete ad una ragazza martoriata dagli aggressivi approcci della madre, spogliata della sua umanità dalla durezza del regime nazista. Liesel è una ragazza che si oppone all’omologazione imposta dal Führer, a differenza del piccolo amico e vicino di casa Rudy Steiner, lotta per conservare una dignità morale e una sua essenza personale. La protagonista compie un percorso di maturazione emotiva e intellettuale, supportata dagli affettuosi consigli dispensati dal padre e, soprattutto, animata dalla passione incondizionata per i libri, suoi
compagni nella solitudine e suoi maestri di vita. Sono i libri ad indicarle il sentiero da percorrere e a temprare il suo carattere, mitigando il conflitto esistenziale e sociale che la attanaglia. E sono sempre i libri a salvare dalla depressione e dall’annientamento morale e psicologico Max, un ebreo portato in salvo da Hans e costretto a stare rinchiuso in una cassa buia e oscura per sfuggire alle tenaglie della polizia nazista.

Non la luce del sole attraversa quel lugubre feretro, non il mondo fremente di vita e di immagini, eppure Max sopravvive perché le sue orecchie sperimentano il seducente incontro con le parole, estremo rimedio alla sua condizione di desolazione: la sua dolorosa permanenza, confinata entro pochi centimetri di spazio vitale, è addolcita dalla melodia appassionata della voce di Liesel. E tra Liesel e Max sboccia un’amicizia
intensa e totalizzante: la ragazza è l’unica presenza stabile, che gli assicura un affetto umano e salvifico. Da quella cassa da morto traspira un’umanità sofferente e angustiata, che trova in Liesel il solo conforto.

La rappresentazione assume contorni via via più commoventi: il terrore angoscioso della guerra e del regime spoglia la famiglia di Liesel di ogni durezza: la famiglia ritrova una inquieta unità, garantita dalla comunanza del dolore e degli stenti.

E Max, le membra rattrappite e i sensi offuscati dalle tenebre del suo rifugio – garanzia insieme di salvezza e di distruzione – riesce a sconfiggere i fantasmi che lo perseguitano grazie all’incanto delle parole. E abbandona così il suo rifugio tenebroso, ritrova la luce, che si riversa su di lui abbacinante. Attorno a lui esplode un mondo di immagini e colori. Dopo una estenuante lotta contro lo spettro della morte, Max corona la sua amicizia con Liesel, circondandola con un abbraccio caloroso e intenso. La morte, per la prima volta, è stata sconfitta.

Di Leonardo Pazzola

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