Diario di viaggio da Barcellona, 6-10 marzo (IV D e IV H)

La sera tardi un freddo un po’ pungente accoglie il nostro arrivo a Girona. Un pullman vetusto ci conduce malvolentieri all’albergo, distante dal centro di Barcellona, ma gremito di scolaresche chiassose e piene di vita. Una cena frugale ma squisitamente mediterranea è il nostro primo pasto in Spagna. Uno staff cordiale e amichevole ci coadiuva nelle operazioni di routine e ci assegna le camere con qualche lieve cambiamento prevedibile. Depositiamo i bagagli nelle stanze e organizziamo un’uscita improvvisata per salutare il nostro primo impatto nella ridente Catalogna. Barcellona è assonnata ma briosa; nulla di sorprendente ci riserva la prima lunga nottata. Chiudere occhio per la prima volta non è facile; spiriti ribelli ci percorrono, la voglia di rimanere fuori è tanta, forse troppa, ma una stanchezza voluttuosa è lì, all’angolo, pronta a cullarci dolcemente.
Il risveglio è un’esplosione di emozioni, di una trepidazione a stento contenuta. Gli occhi ancora incollati dal sonno fremono di impazienza. Una guida affabile ci accompagna lungo le vie del Barrio Gotico e ci mostra poi le ampie facciate liberty di una città che ha assorbito nel tempo tradizioni artistiche opposte, dall’eleganza aurea arabesca allo spirito catalano; sorpassiamo le diroccate rovine romane e ci soffermiamo su monumentali edifici liberty (casa Batlò e la Pedrera). Barcellona si anima e si accende di vita, mentre la brezza fredda mattutina lascia spazio ad una calura quasi estiva. La Cattedrale di Santa Eulalia e la Chiesa di Santa Maria del Mar si stagliano davanti a noi come gioielli purissimi, immacolati, perle rare da ammirare nella loro immensità disorientante. Il pomeriggio un superbo museo di Picasso e un magnifico Mirò ci stupiscono e trasmettono emozioni contrastanti. E infine un mare placido, solcato appena da qualche onda fluttuante, ci abbraccia dolcemente e ci riempie i polmoni di un’aria puramente mediterranea. Sembra quasi di essere ritornati in Sardegna; quelle vie sul lungomare di Barcellona ricordano la nostra Cagliari affollata di bagnanti.
Il giorno successivo ci indirizziamo verso il polmone verde della città, lontani dalla frenesia effervescente della Barcellona urbana, in mezzo alla lussureggiante vegetazione di uno splendido Park Guell. L’aria piovosa e il cielo instabile creano una perfetta armonia con le mirabili architetture del visionario Gaudì. Le sue colonne svettano imponenti e vorticose, in impareggiabile sintonia con la natura viva. Con una leggera riluttanza ci rechiamo in una scuola di nostri conterranei e per un attimo ripensiamo – e ce ne doliamo – a quell’ambiente da poco abbandonato, evocatore di ansie e spettri terribili. Salutiamo una professoressa che dal Dettori emigrò a Barcellona.
La sera l’assordante strepito del calcio ci chiama tra le tribune di un imponente Camp Nou, agognato sogno dei tifosi. Infine immergiamo i nostri occhi nello spettacolo della Fontana Magica, rasserenante parentesi dopo una giornata di ardue fatiche. Gli schizzi d’acqua lampeggiano luminosi, si elevano armoniosamente verso l’alto, in un ritmo di luci, colori e movimenti che repentini esplodono nell’aria, in un sottofondo di musica allegra e corroborante.
Il terzo giorno, mentre la clessidra ci ricorda che è quasi ora di dire addio all’affezionata Barcellona, Gaudì ci richiama a sé nel suo capolavoro eterno e infinito, la Sagrada Familia, gioiello da contemplare senza soluzione di continuità, assorti in una meditazione intensa sulle sue forme meravigliose, fonte di stupore e soffocamento. La Sagrada si offre a noi come una selva di alberi maestosi, è una terra a sé stante, un’isola di pace e beatitudine in una città rumorosa. È il paradiso sceso sulla terra per rischiarare i giorni bui e vivificarli.

L’ultimo giorno salutiamo Barcellona passeggiando per le Ramblas, cogliendo gli ultimi attimi per perlustrare gli angoli della città in lungo e in largo, respirando l’aria marina e la vitalità rumorosa prima di partire con un groppo in gola, sospesi tra il desiderio di rimanere spensierati a godere di quella vacanza fuggente e la necessità ineluttabile di tornare tra i banchi di scuola.

 

Di Leonardo Pazzola

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