Diario da Firenze.

di Leonardo Pazzola

Un’atmosfera d’altri tempi ha accolto il soggiorno nel capoluogo toscano di noi finalisti delle Olimpiadi della lingua italiana, dal 26 al 28 marzo: tre giorni intensi e vissuti pienamente.

L’agenda fitta di impegni (conferenze sulla lingua e la Costituzione, l’affronto della prova, la premiazione) non ci ha impedito di godere del fascino irresistibile della città.

Lunedì 26 marzo. Albeggia. Un sole pallido osa penetrare appena attraverso i finestrini semichiusi dell’automobile. Un velo di sonnolenza offusca la mia visuale. L’aeroporto è già gremito e freme di voci ora impastate dal sonno ora già vivaci e briose. Il tempo scorre, ma è troppo presto per avere fretta, per accelerare il dolce ritmo del risveglio. Ci imbarchiamo poco prima del decollo. Il sole è ancora semiaddormentato e invita a restare mollemente sdraiati sotto la sua ala protettrice. Dopo un tentativo mediocre di gettarmi in una meditazione superficiale, sono colpito come una frusta dai movimenti bruschi e dall’andirivieni nel velivolo. Il decollo è una secchiata d’acqua gelida, che si solidifica sul viso. È un risveglio rapido, repentino, ma poi l’ondeggiare ritmico e soave dell’aereo mi fa ricadere in un lieve torpore. Mi faccio cullare piano piano. Faccio conoscenza con il resto della comitiva.

L’arrivo a Pisa mi sveglia completamente. La sosta è breve, ma essere lì, a pochi passi dalla torre pendente, mi riempie di beatitudine. Un piccione ci segue fin dentro un localino intimo e accogliente. Un pasto frugale – una manciata di briciole ammonticchiate ai lati del bancone – giace dinanzi a lui.

Trovare il binario giusto e timbrare i biglietti è un rompicapo. Il treno sbuffa all’arrivo e spalanca le portiere con bruschezza. Il viaggio è rapido e dolce. Mi immergo in una lettura frettolosa, distratto dalle querule lamentele di un senzatetto e dalla fredda voce del controllore.

La stazione di Santa Maria Novella ci accoglie nel suo rigore maestoso e imponente. L’albergo è in una via al centro di Firenze, adombrata da palazzoni che svettano prepotenti. Un amichevole signore ci distribuisce cordialmente le chiavi; un arredamento vivace ci accoglie nella hall.

L’agenda è piena di impegni. Un pranzo rapido ma nutriente ci ristora.  Un pullman ci porta all’Accademia della Crusca. Per raggiungere l’ingresso percorriamo un viale diritto baciati dal sole pomeridiano. È un cammino che sembra non terminare mai: è una marcia lenta ma intensa, addolcita da un paesaggio dai contorni verdeggianti.

Si dibatte di grammatica e svarioni e si sorride. La serata è allietata dalle dolci note di una chitarra suonata con gusto. Ci tuffiamo in una cena elaborata, servendoci confusamente e frettolosamente.

Il ritorno all’albergo è caotico. Persi in piacevoli conversazioni, l’autista ci lascia a poca distanza dall’hotel.

Martedì 27 marzo. Il giorno della prova giunge all’improvviso, dopo qualche ora di sonno leggero disturbato da sveglie impazzite. Il Palagio di Parte Guelfa è una perla nel centro di Firenze. Le troupe televisive ci pressano insistentemente, l’entusiasmo e l’ansia – insano miscuglio di emozioni – ci rendono nervosi. Attendiamo impazienti. Una sala maestosa è la sede delle Olimpiadi. Prendiamo posto e ci prepariamo alla prova. Ci immergiamo nella scrittura, chi colto da un afflato fulminante, chi assorto in una disperata lettura, chi deliziosamente trasportato dalla propria penna. Momenti di vuoto assoluto e quiete si alternano a mormorii concitati; fotografi onnipresenti catturano i nostri visi pensosi. A intervalli regolari una voce acuta scandisce l’ora. Il tempo vola.

Scarichiamo la tensione della prova catapultandoci nella Firenze medievale. Si staglia dinanzi a noi un magnifico Duomo, slanciato verso il cielo, irraggiungibile nella sua imponenza, visione inafferrabile nella sua schiacciante immensità. Dietro, fa capolino superbamente una maestosa cupola del Brunelleschi.

L’Arno scorre, indorato dai raggi tiepidi del sole e di tanto in tanto percorso da lievi flutti sollevati da folate impetuose di vento. Ponte Vecchio è sospeso nel paesaggio pittoresco, in un’atmosfera senza tempo, inattaccabile dalle frotte briose di turisti.

La sera entriamo a Palazzo Vecchio, scortati da una copia del David di Michelangelo. Ci viene svelato il fascino della Costituzione in due Tavole Rotonde.

Ci ristoriamo a Palazzo Grifoni, rocca dai sapori misteriosi e con una patina di arcano intangibile.

Mercoledì 28 marzo. L’ultimo giorno Palazzo Vecchio ci aspetta ancora per la premiazione. Sono attimi concitati e intensi. La cerimonia si svolge senza salamelecchi, una giuria puntigliosa sottolinea e critica senza troppi giri di parole errori della prova ed eccessi di retorica. L’assegnazione dei premi viene eseguita in un’atmosfera di sensazioni opposte, dalla gioia a stento contenuta dei vincitori alla delusione appena percettibile degli altri.

Salutiamo Firenze con una leggera amarezza, dopo aver dato le ultime occhiate appassionate agli angoli del centro.

 

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