Il Dettori “al cinema”, intervista al regista Daniele Vicari

Daniele Vicari, regista reatino, oltre che sceneggiatore e docente, è al centro di una conferenza sul cinema, tenutasi il 6 ottobre nell’Aula di Fisica del Liceo Dettori di Cagliari.

Daniele Vicari lo enfatizza con energia: l’incontro con il celebre critico cinematografico Guido Aristarco lo ha sottratto alla durezza della vita di fabbrica, al grigiore della quotidianità operaia, e lo ha elevato nel cielo limpido e sereno dell’arte. E non certo un’arte qualunque, non quella muta e immobile dei pittori né quella inflazionata dello scrittore mai satollo della propria inventiva. Vicari è volato, da quel fatidico incontro, nel Pantheon dei registi, il Paradiso della settima arte, e ora condivide la sua passione con attori la cui compagnia, gli preme dire, è un diletto, forse anche un premio alle sue fatiche. Lui ama un cinema che racconta la verità, che osserva, che documenta, che insegna, contro le sparate dei demagoghi e le retoriche fuorvianti del nuovo millennio. Racconta – e sottolinea – che un tempo eravamo noi a emigrare, in cerca dell’Eldorado, della terra promessa di Canaan e, anzi, lo facciamo ancora oggi, fuggitivi e nomadi come i pastori della Mesopotamia, in esilio un po’ forzato, un po’ voluto, come tanti Foscolo insoddisfatti, nostalgici della patria ma incapaci di restarvici. Lo dice proprio lui, che si è appigliato alla propria terra con sacra devozione, ha avuto il coraggio – e forse la fortuna – di non abbandonarla, sebbene nella sua famiglia il gene della migrazione fosse un fantasma mai sopito. Vicari lancia un appello all’umana compassione, invita a smorzare i toni e ad analizzare i fatti con rigore e metodo, senza abbandonarsi al pathos delle voci ruggenti dei populisti “conquistavoti”.

La svolta nella sua vita da futuro operaio, la passione per il cinema, l’interesse verso le dinamiche sociali e politiche, il sostegno ad una razionalizzazione dei fenomeni migratori, l’idea di “migrante” come risorsa, la critica al linguaggio populista dell’invasione: sono questi gli argomenti al centro dell’intervista al regista Daniele Vicari realizzata da noi Redaettori.

 

D: Da dove nasce la sua passione per il cinema?

R: Io sono un perito tecnico: sarei dovuto andare a lavorare in fabbrica. Non ero mai stato al cinema prima dei vent’anni perché vengo da una zona dell’Italia dove il cinema non c’è. La mia passione per il cinema nasce dall’incontro con Guido Aristarco, quando mi iscrissi alla facoltà di lettere, senza sapere che ci fosse l’insegnamento di cinema, quindi ho iniziato a seguire le lezioni di quest’uomo e guardando i film che lui ci proponeva mi sono innamorato del cinema (si laurea in “Storia e critica del cinema” a “La Sapienza”, ndr).

D: In base a che cosa ha scelto le tematiche dei suoi film?

R: Più che argomenti, io scelgo storie. Non a caso mi interessano le storie che hanno a che fare con argomenti socio-politici. I miei film intercettano momenti sociali, ma non è sempre così. Il mio primo film è sulle corse automobilistiche, il secondo è la storia di un fisico nucleare, il terzo è la storia di due ragazzi che si procurano da vivere barando a carte. Mi piace molto lavorare con gli attori. Coloro che recitano nei miei film sono attori di grandissimo spessore.

D: Da che cosa ha avuto origine il film “La nave dolce”?

R: Quel film è nato perché in occasione della ventesima ricorrenza dello sbarco la regione Puglia aveva intenzione di fare delle manifestazioni e mi chiese di raccontare il momento storico del 1991 attraverso un film documentario e io mi ricordai della vicenda della nave Vlora, che arrivò con ventimila persone; attraverso questa vicenda ho raccontato l’inizio delle cosiddette “grandi migrazioni” di questo ultimo periodo.

D: Qual è il suo pensiero riguardo ai fenomeni migratori attuali?

R: Io sono il primo maschio adulto della mia famiglia a non emigrare da quattro generazioni a questa parte. Tutti i miei parenti sono dovuti emigrare: alcuni in Canada, mio padre in Svizzera, mio nonno in Belgio a lavorare nelle miniere. I fenomeni migratori non nascono oggi. Noi abbiamo questa sensazione perché fanno parte dello scontro politico, ma tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento milioni di italiani emigrarono negli Stati Uniti d’America, tanto che esistono delle piccole comunità esclusivamente italiane. L’attuale sindaco di New York (Bill de Blasio, ndr) è di origini italiane. Il fenomeno migratorio è una questione che mai nessuno è riuscito a limitare o a governare. L’unica cosa che credo si possa realizzare razionalmente è fare in modo che l’immigrazione sia ordinata e che non crei conflitti, cosicché le persone che arrivano da noi ci diano il loro meglio. Se le prendiamo a pesci in faccia, al contrario, otteniamo il peggio.

D: Per quanto riguarda il fenomeno migratorio, pensa che si tratti di un’esasperazione dei media o che ci sia davvero una minaccia di un’invasione straniera?

R: L’invasione la fanno gli eserciti, non i disperati. La terminologia che utilizziamo ha una funzione ideologica. Parliamo di milioni di esseri umani che si spostano per motivi molto seri. È chiaro che creano uno sconvolgimento anche per noi, che in questo momento ci illudiamo di non aver bisogno di immigrati. In realtà l’anno scorso sono emigrati dall’Italia verso la Germania, l’Inghilterra e l’Europa in generale (Svizzera e Francia, ndr) molti più italiani di quanti siano gli africani sbarcati sulle nostre coste: le migrazioni non risparmiano nessun popolo, nel bene e nel male.

 

Di Leonardo Pazzola

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