MARIELLE VIVE ANCORA

NON FERMERETE LA RIVOLUZIONE

mariellefranco

“Bandiere rosse al vento,

uccidono un compagno,

ne nascono altri cento”

Lo scorso 14 Marzo veniva barbaramente assassinata con tre colpi d’arma da fuoco Marielle Franco, giovane attivista brasiliana ed esponente del Partito Socialismo e Libertà, mentre si trovava a bordo della propria auto presso la periferia di Rio de Janeiro. La prossima estate avrebbe compiuto quarant’anni. Una vita intera trascorsa tra le favelas di Rio, una vita dedicata agli ultimi e alla lotta contro le forti diseguaglianze economiche e sociali regnanti nel paese, affianco di quel popolo dimenticato, costretto a vivere in condizioni disumane e ridotto alla fame e alla miseria. Per tutta la sua vita Marielle si è battuta in difesa dei diritti di quella fascia della popolazione che vive in condizioni di estrema povertà. Le fonti governative hanno attribuito la responsabilità di questo vile omicidio a bande di criminali che operano tra i quartieri più disagiati delle metropoli, tuttavia dietro l’uccisione di Marielle si cela probabilmente il tentativo di eliminare una figura scomoda il cui coraggioso progetto risultava in contrasto con gli interessi di alcuni esponenti dell’alta borghesia e delle classi più agiate del paese. Non è un caso infatti che Marielle si stesse battendo ormai da anni contro il dispiegamento dell’esercito nelle periferie di Rio, accusato di aver commesso atroci violenze contro la popolazione civile, colpevole soltanto di protestare e manifestare per i propri diritti, col pretesto di contrastare la criminalità organizzata. E non è un caso che i proiettili che hanno ucciso Marielle risultassero in dotazione alle forze armate brasiliane. D’altronde non è che l’ennesima misura repressiva messa in atto dal governo del presidente Temer, salito al potere nel 2016 con una sorta di golpe subentrando a Dilma Roussef, destituita a seguito di un complotto ordito dalle forze reazionarie in parlamento senza essere mai stato eletto dal popolo e mettendo in atto dei provvedimenti di matrice neoliberista volti a cancellare i progressi raggiunti dai governi precedenti e a tagliare i fondi pubblici destinati alla creazione del welfare, alla sanità, all’istruzione e ai beni primari per tutti i cittadini brasiliani, ma anche all’ambiente e alla tutela dei popoli nativi dell’Amazzonia, al solo scopo di tutelare i privilegi della casta e delle grandi multinazionali che operano nel paese, abbassando le tasse alla fascia più ricca della popolazione e eliminando i sussidi creati a tutela dei lavoratori attuati sotto il governo socialista di Lula, leader del Partito dei Lavoratori, che non a caso oggi si trova in carcere sotto la falsa accusa di corruzione decretata da giudici corrotti al servizio del nuovo governo così da impedirne la candidatura alle elezioni presidenziali che si terranno tra una settimana esatta. La vittoria di Lula era infatti assicurata grazie al forte sostegno popolare riscosso durante la scorsa legislatura per aver arginato di gran lunga la soglia di povertà oltre che i privilegi dei più ricchi. Questi ultimi puntano infatti sulla vittoria del candidato di estrema destra Bolsonaro, che non nasconde la propria nostalgia per i tempi della feroce dittatura militare contro la cui repressione il popolo brasiliano ha lottato per anni in nome della democrazia. A sperare nella sua vittoria sono anche gli Stati Uniti, il cui principale obiettivo è sempre stato quello di mettere le mani sulle risorse dei paesi dell’America Latina contrastando chi si batte contro le diseguaglianze e supportando apertamente spietati regimi militari, attuando colpi di stato manovrati dalla CIA così come accadde nel Cile di Allende, nel Venezuela di Chavez o armando direttamente violenti gruppi paramilitari di estrema destra come accaduto in Colombia o in Nicaragua. Le elezioni di domenica decreteranno le sorti del paese, ma nonostante ciò l’opinione pubblica pare non accorgersi di quanto sta avvenendo nel paese o forse per i media occidentali risulta alquanto scomodo mostrare al mondo la verità. Perchè come la Storia ci ha insegnato, la democrazia va bene soltanto finché sono loro a vincere. Ma comunque andrà il popolo non si arrenderà. Potranno anche recidere tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera.

Di Matteo Monaci

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